Gli scavi

Lo scavo del sito rurale di San Giusto è stato effettuato nel corso dei lavori per la costruzione della diga sul torrente Celone, quando è stato fortuitamente individuato l’insediamento antico fino a quel momento sconosciuto. Gli scavi condotti tra il 1995 e il 1999 dal Dipartimento di Studi classici e cristiani dell’Università di Bari, su incarico della Soprintendenza Archeologica della Puglia, hanno portato alla scoperta di un nuovo e importante complesso paleocristiano, posto all’interno di un insediamento rurale, a poche decine di metri da una grande villa. Il sito archeologico, in parte distrutto dai mezzi meccanici, ha un’estensione di circa m2 12.000. Gli scavi hanno finora riguardato complessivamente un’area di circa m2 5.000, corrispondente a poco meno della metà dell’area archeologica residua. Nonostante tali limitazioni, le ricerche hanno conseguito risultati particolarmente importanti, che permettono non solo di ricostruire nelle grandi linee la storia di questo insediamento rurale del Tavoliere posto lungo una strada antica che si sviluppava lungo il corso del Celone, a poca distanza da Luceria, Aecae e Arpi, ma anche di acquisire nuove informazioni sul cristianesimo rurale.


Dalla fattoria alla villa
Il primo insediamento documentato archeologicamente a San Giusto risale al I secolo a.C.: si tratta di una fattoria di coloni costruita, come tante altre note nel territorio, all’interno di una grande centuriazione che si sviluppava tra Arpi ed Aecae, ben documentata dalle fotografie aeree: la casa colonica non è stata ancora individuata ma la sua presenza è indirettamente testimoniata da una stele funeraria databile alla metà circa del I secolo d.C., menzionante alcuni componenti della gens Annia verosimilmente i primi proprietari del fondo. Tra I e II secolo alla fattoria si sostituì una villa di notevoli dimensioni, secondo un modello di concentrazione della proprietà già noto in questo territorio. La villa ebbe un considerevole sviluppo in età tardoantica, tra IV e VI secolo, dotandosi progressivamente di ambienti residenziali con pregevoli mosaici, di magazzini e depositi (utilizzati verosimilmente soprattutto per lo stoccaggio del grano) e di notevoli impianti per la produzione del vino (torchi, vasche per la fermentazione del mosto, dolia per la conservazione del vino). Come hanno dimostrato gli scavi recenti, nella villa si svolgevano anche altre importanti attività produttive: alcuni vani, dotati di accurati pavimenti in lastre di terracotta e di un sistema di canalizzazione, ospitavano operazioni lavorative in cui era necessaria un’ampia utilizzazione di liquidi: è molto probabile che tali strutture fossero quindi adibite al lavaggio e al trattamento delle lane e delle pelli, attività strettamente connesse con una delle principali risorse economiche dell’Apulia tardoantica, l’allevalemento transumante.

Il complesso paleocristiano
La chiesa (m 18,50x25), con un’abside semicircolare, divisa in tre navate (con navatelle laterali molto più strette rispetto alla navata centrale) mediante due file di sei colonne di granito sormontate da capitelli di calcare, due semicolonne all’estremità occidentale e due muretti terminanti con semicolonne all’estremità orientale, ospitava nella parte orientale della navata centrale un’ampia zona presbiteriale, articolata in due spazi, uno dei quali sopraelevato e originariamente provvisto di un pavimento a lastre di marmo (opus sectile). L’abside era affiancata da due ambienti, posti in collegamento con le navatelle, uno quasi quadrangolare costruito contestualmente alla chiesa, l’altro disposto obliquamente, aggiunto in un secondo momento; in entrambi questi vani furono ricavate alcune sepolture di vario tipo. Sul lato settentrionale trovava posto un ambiente quadrangolare, cui si accedeva dalla navata sinistra, che era verosimilmente adibito alla conservazione degli arredi liturgici e delle offerte (gazophylacium), come sembra documentare il rinvenimento di un gruzzolo di 1.043 monete di piccolo taglio di età tardoantica, databili complessivamente tra la seconda metà del III (una moneta di Claudio II il Gotico, 268-270 d.C.) e i primi tre decenni del VI secolo d.C. (monete vandale di Trasmundo, 496-523 d.C., e Ilderico, 523-530 d.C.) e due pesi bizantini; in questo stesso vano sono stati ritrovati resti di lucerne vitree e di anfore, due delle quali di piccole dimensioni (spathia), anch’esse di chiara destinazione liturgica. Anche lungo il lato meridionale si sviluppava una serie di ambienti, che inglobano al loro interno un edificio più antico (forse un mausoleo funerario); questi vani annessi, che furono realizzati in momenti successivi alla costruzione della chiesa, erano di diversa qualità e tipologia e svolsero, nel corso del tempo, funzioni di vario tipo, di carattere sia liturgico-sacramentale, sia residenziale, sia cimiteriale.
L’edificio presentava un ricco apparato decorativo, sia architettonico (capitelli di calcare di stile composito a foglie lisce, alcuni ben rifiniti, altri lasciati a vari stadi di lavorazione, colonnine con capitelli di marmo corinzi a foglie lisce, modanature in stucco, lastre di marmo di vario tipo), sia parietale (intonaci dipinti policromi, mosaici parietali con tessere di pasta vitrea di colore blu, verde, giallo, con lamine auree), sia musivo. Il pavimento della chiesa è costituito infatti da pannelli musivi geometrici, con una ricca e vivace policromia ed una sviluppata sintassi decorativa: esso rappresenta per più versi una significativa manifestazione della produzione musiva adriatica. I tappeti occupano tutta la superficie dell’edificio, con una disposizione molto regolare e una particolare attenzione alle specifiche funzioni dei vari spazi, ad eccezione di parte del presbiterio e dello spazio absidale: le navate laterali ospitano stretti e lunghi tappeti con schemi compositivi ripetitivi che sottolineano la tipica funzione di passaggio di questi corridoi, mentre tappeti di piccole dimensioni occupano gli intercolunni; nella navata centrale quattro tappeti sono disposti simmetricamente ai lati del presbiterio e l’ampio spazio quadrangolare che si apre davanti all’ingresso principale è organizzato in un unico grande e complesso tappeto musivo con una serie di cerchi che formano ottagoni, esagoni, quadrilateri e triangoli a lati concavi; infine, un pavimento con emblema e croce greca al centro enfatizza la centralità, sotto il profilo sia liturgico sia architettonico, del presbiterio. Lungo la fronte orientale si sviluppava un ampio nartece, che consentiva anche la comunicazione con il battistero, posto in una posizione alquanto originale. L’edificio è a pianta centrale, articolato in una possente struttura interna, circolare all’esterno ed ottagonale all’interno, e in un ambulacro di forma irregolare; in posizione centrale si trova il fonte battesimale quadrilobato, dotato di gradini su tre lati e di un sofisticato impianto di canalizzazione per l’adduzione e lo scolo dell’acqua.
Dopo alcuni decenni, tra la fine del V e gli inizi del VI secolo, accanto alla chiesa originaria (denominata A), venne costruita una seconda chiesa (denominata B), parallela alla prima e di dimensioni identiche in lunghezza e di poco minori larghezza (m 16,60), monoabsidata e articolata in tre navate scandite da due file di sostegni (non si sa se colonne o pilastri). La chiesa si caratterizzò fin dalla sua costruzione per una specifica destinazione funeraria, come dimostra la realizzazione all’interno delle navate di tombe di vario tipo (a fossa, prevalentemente con copertura a doppio spiovente o con lastre disposte in piano) sistemate abbastanza regolarmente in file, che ospitavano prevalentemente individui di sesso maschile, per i quali sono ricostruibili, sulla base dei dati archeoantropologici, buone o ottime condizioni di vita (per ciò che riguarda alimentazione, tipo di lavoro, patologie, ecc.). Lo spazio intermedio tra le due chiese gemelle era occupato da un vano, successivamente suddiviso, mentre sulla fronte occidentale, il nartece, opportunamente prolungato, consentiva un collegamento tra le due chiese e il battistero. La costruzione dell’ecclesia gemina si accompagnò ad un generale ingrandimento del complesso paleocristiano: come hanno dimostrato i recenti scavi, a sud della chiesa A e del battistero si realizzarono infatti nuovi ambienti funzionali alle molteplici esigenze della comunità ecclesiastica; in particolare si costruì un piccolo impianto termale, dotato di forni per la produzione di aria calda, di ambienti riscaldati con pavimenti rialzati sostenuti da pilastrini (suspensurae), di vaschette.
Qui doveva trovare posto anche il sofisticato sistema di alimentazione idrica del vicino fonte battesimale. Nel frattempo anche il complesso della villa si era andato ulteriormente articolando, mediante la costruzione di nuovi vani e l’attivazione di altre iniziative produttive. Si segnala in particolare un edificio a pianta rettangolare, poi dotato di un’abside, che successivamente ospitò una fornace per la produzione di ceramiche comuni per la cucina, la mensa e la dispensa: si tratta di una struttura a pilastro centrale, di cui restano alcuni filari di mattoni di concotto, laterizi e ciottoli; all’interno della fornace sono state rinvenute numerose olle con corpo globulare scanalato, provviste di coperchi, scartate in occasione dell’ultima utilizzazione della struttura produttiva prima del suo abbandono. In questo stesso periodo (IV-VI secolo) la valle del Celone era fittamente occupata da ville e villaggi rurali: un programma di ricognizioni sistematiche avviato nel 1998 sta portando all’individuazione di numerosi insediamenti rurali di età romana e tardoantica, che rappresentano il contesto topografico, economico e demografico, nel quale il sito di San Giusto e le sue chiese erano inseriti ricognizione nella valle del Celone. Il complesso paleocristiano, che nella fisionomia raggiunta tra V e VI secolo costituisce al momento l’unico caso noto in Puglia di basilica doppia, ebbe vita abbastanza breve. Negli anni centrali del VI secolo si verificò infatti un evento traumatico: un incendio colpì il tetto della chiesa A e provocò il crollo degli elevati. È difficile chiarire se si sia trattato di un incidente o se tale episodio sia da mettere in relazione con gli eventi distruttivi della guerra greco-gotica, che molte ripercussioni negative ebbe negli assetti di questo territorio. In ogni caso la chiesa A non fu ricostruita e fu in parte spogliata di alcuni elementi architettonici. Com’è ben noto, in caso di incendio o distruzione di una chiesa le autorità ecclesiastiche raccomandavano una rapida ricostruzione dell’edificio, per evitare che la comunità dei fedeli fosse troppo a lungo sprovvista del luogo di culto: nel caso di San Giusto, forse anche a seguito di un ridimensionamento demografico della popolazione residente sul posto e nelle campagne circostanti, si adottò una scelta più rapida ed economica consistente nell’abbandono della chiesa A e nella ristrutturazione della chiesa B, adattata in modo da poter ospitare anche le funzioni liturgiche, mediante alcuni dispositivi funzionali alla celebrazione dei riti (recinto presbiteriale, costruito su alcune sepolture preesistenti, sedile per il clero, ecc.).Così ridotto, il complesso paleocristiano restò ancora in funzione per alcuni decenni, sia pure in forme sempre più degradate: in alcuni vani annessi alle chiese, tra i crolli, si realizzarono poveri ricoveri, forse per pastori (resti di focolari, capanne, sepolture scavate tra le macerie); anche l’edificio battesimale risultò invaso da povere sepolture, prevalentemente infantili, i cui resti scheletrici denunciano difficilissime condizioni di vita. Non sembra che l’abbandono dell’edificio di culto e dell’insediamento circostante sia stato causato da un singolo episodio ma che piuttosto si sia prolungato nel corso del tempo, tra VII e VIII secolo. San Giusto costituisce un caso unico di chiesa rurale di grande estensione e ricchezza, che pare competere con i principali edifici sacri urbani. San Giusto non era certamente una “cattedrale nel deserto”: gli scavi dell’insediamento e le ricognizioni nel territorio circostante stanno ampiamente dimostrando che il livello del popolamento era considerevole in età tardoantica e che notevoli dovevano essere le risorse economiche e produttive di questa porzione dell’Apulia: non è ancora possibile quantificare la popolazione del sito e quella residente nelle ville e nei villaggi circostanti, ma certamente fu superiore ad alcune centinaia di unità. San Giusto costituisce un caso unico di chiesa rurale di grande estensione e ricchezza, che pare competere con i principali edifici sacri urbani. San Giusto non era certamente una “cattedrale nel deserto”: gli scavi dell’insediamento e le ricognizioni nel territorio circostante stanno ampiamente dimostrando che il livello del popolamento era considerevole in età tardoantica e che notevoli dovevano essere le risorse economiche e produttive di questa porzione dell’Apulia: non è ancora possibile quantificare la popolazione del sito e quella residente nelle ville e nei villaggi circostanti, ma certamente fu superiore ad alcune centinaia di unità. Quanto all’identificazione del sito, l’ipotesi più verosimile consiste nell’identificazione del complesso di San Giusto con la sede di un vescovo di campagna. In questa zona infatti è nota la presenza di una diocesi rurale grazie all’attestazione di Probus episcopus Carmeianensis, che partecipò ai concili indetti a Roma nei primi anni del VI secolo (501, 502 d.C.) e fu forse destinatario nel 493-494 della già citata lettera di Papa Gelasio I relativa al monasterium lucerino. Questo dato è da affiancare a quello relativo alla presenza in questo stesso territorio di vaste proprietà dell’imperatore e di uffici amministrativi gestiti da un funzionario (procurator saltus Carminianensis) documentati dalla Notitia Dignitatum Occidentis. È ormai generalmente accolta dagli studiosi la localizzazione del saltus Carminianensis, e quindi anche della diocesi carmeianense, nell’alto Tavoliere, dove ha lasciato anche una traccia toponomastica a San Lorenzo in Carmignano nei pressi di Foggia, nel luogo del casale medievale di San Lorenzo in Carminiano, non lontano da San Giusto. Pur non essendo nessuno degli elementi rilevabili a San Giusto (chiesa doppia, battistero, ambienti annessi con terme, elementi decorativi, ecc.) sufficiente a provare, soprattutto se preso isolatamente, una funzione episcopale del complesso paleocristiano, l’ipotesi che esso possa aver costituito la sede di Probo appare assai convincente, considerando la stretta coincidenza tra i dati archeologici e le notizie letterarie. A tale proposito, si può ritenere che l’episcopio vada riconosciuto nel gruppo di ambienti, collocati a Sud della chiesa A e del battistero.



GALLERIA DI IMMAGINI